Fino a pochissimi anni fa in Italia non si era mai parlato della festa di Halloween; la maggior parte delle persone non sapeva nulla a riguardo, tant'è che nessuno trovò da ridire quando "The Great Pumpkin", la grande zucca venerata da Linus, venne tradotta in "grande Cocomero".
Adesso, anche se la maggiorparte delle persone continua a non sapere nulla a riguardo, possiamo dire che l'Europa si è ripresa ciò che era suo: l'antica tradizione celtica di Shamain, la festa che chiudeva l'estate e dava inizio al nuovo anno, con i raccolti al sicuro nei granai ed i morti che, per una notte, potevano tornare tra i vivi.
Gli Irlandesi e Scozzesi che emigrarono negli Stati Uniti nell'Ottocento, portarono con loro le tradizioni delle feste e le loro leggende.
E c'è la leggenda di Jack O'Lantern, l'ubriacone tanto furbo da aver imbrogliato il diavolo, che non potè prendersi la sua anima e portarla all'inferno, ma troppo cattivo per essere ammesso in paradiso.
Jack fu costretto a vagare per sempre tra vivi e morti e, per illumunare le sue infinite notti, ebbe dal diavolo un tizzone dell'inferno che mise dentro una rapa svuotata.
In America la rapa divenne una zucca, e con questa i bambini (ed anche i grandi, perchè no??!) vanno tutt'ora in giro per le case, fingendosi spiriti maligni e ponendogli adulti (che hanno il dovere di spaventarsi....) di fronte alla fatidica frase: "trick or treat?"....dolcetto o scherzetto....???!!!
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sabato 12 gennaio 2013
La Leggenda del Golem
Il Golem, servo di argilla, è un mito che appartiene alla cultura tradizionale ebraica.
Si tratta di una statua plasmata nell'argilla, che prende vita grazie a formule magiche note solo ad alcuni uomini. Per animare il Golem, dopo aver recitato la serie di formule e litanie, basta scrivere sulla sua fronte la parola EMETH, che in ebraico significa "verità". Per farlo morire, bisogna cancellare la E iniziale: la parola METH infatti, significa "morte", ed il Golem torna ad essere pura argilla senza vita.
Due cose distinguono il Golem da un uomo: esso non parla, perchè la magia non può dargli un'anima, e cresce continuamente senza limiti.
Questa seconda caratteristica è quella che spinge i creatori a toglierne la vita.
Vi sono tante versioni della leggenda:
Un rabbino di Praga decise di farsi aiutare nei lavori domestici da un Golem. Formò quindi la statuetta e, presa vita, essa ubbidì ai suoi ordini. Il rabbino si serviva del Golem in continuazione e decise di non fermarlo, ed esso crebbe, diventando invadente. Solo a quel punto il rabbino capìa l'ora di eliminarlo, ma quando tentò di cancellare la lettera "e" dalla fronte, il Golem era diventato troppo alto. Allora diede ordine alla creatura di sfilargli gli stivali, essa ubbidì e quando si chinò, il rabbino cancellò la lettera.
Il Golem crollò a terra, senza vita, ma con la sua mole schiacciò e uccise il rabbino.
Si tratta di una statua plasmata nell'argilla, che prende vita grazie a formule magiche note solo ad alcuni uomini. Per animare il Golem, dopo aver recitato la serie di formule e litanie, basta scrivere sulla sua fronte la parola EMETH, che in ebraico significa "verità". Per farlo morire, bisogna cancellare la E iniziale: la parola METH infatti, significa "morte", ed il Golem torna ad essere pura argilla senza vita.
Due cose distinguono il Golem da un uomo: esso non parla, perchè la magia non può dargli un'anima, e cresce continuamente senza limiti.
Questa seconda caratteristica è quella che spinge i creatori a toglierne la vita.
Vi sono tante versioni della leggenda:
Un rabbino di Praga decise di farsi aiutare nei lavori domestici da un Golem. Formò quindi la statuetta e, presa vita, essa ubbidì ai suoi ordini. Il rabbino si serviva del Golem in continuazione e decise di non fermarlo, ed esso crebbe, diventando invadente. Solo a quel punto il rabbino capìa l'ora di eliminarlo, ma quando tentò di cancellare la lettera "e" dalla fronte, il Golem era diventato troppo alto. Allora diede ordine alla creatura di sfilargli gli stivali, essa ubbidì e quando si chinò, il rabbino cancellò la lettera.
Il Golem crollò a terra, senza vita, ma con la sua mole schiacciò e uccise il rabbino.
sabato 25 dicembre 2010


Il significato magico del Solstizio d’Invernodi Luca Valentini
Tra qualche settimana avrà inizio il periodo delle celebrazioni e dei festeggiamenti per il Natale e, come ogni anno, la moltitudine globalizzata, con giustificazioni astrattamente religiose, si immergerà repentinamente e totalmente nella demonia del consumismo sfrenato, senza comprendere minimamente o implicitamente che in quei giorni specifici del ciclo annuale qualcosa di straordinario e di magico accade, un evento cosmico che assumeva un alto valore simbolico in tutte le forme assunte dalla Tradizione Primordiale. Questo nostro scritto è mirato proprio a precisare il suddetto aspetto tradizionale, compenetrandolo in una visione organica, che liberi il campo da integralismi e settarismi d’ogni tipo, esplicitando il senso universale di quello che è comunemente conosciuto come il Solstizio d’Inverno, appartenente, in forme giustamente diverse, alla spiritualità di tutte le religioni del mondo. “Non dimentichiamo, infatti, che quell’avvenimento iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati, ad esempio presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna, di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia, già in epoca preistorica e protostorica. Esso, inoltre, ispirò il “frammento 66” dell’opera di Eraclito di Efeso (560/480 a.C) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide). Quello stesso fenomeno, fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme delle popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan” (“rinascita del dio Sole”); i Germani, “Yulè” (la “ruota dell’anno”); gli Scandinavi “Jul” (“ruota solare”); i Finnici “July” (“tempesta di neve”); i Lapponi “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il “giorno più corto”)”. (1)
Pochi sanno, infatti, che, intorno alla data del 25 Dicembre, quasi tutti i popoli hanno sempre celebrato la nascita dei loro esseri divini o soprannaturali: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horo e il padre, Osiride, si credeva fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli; Bacab nello Yucatan; il dio Bacco in Grecia, nonché Ercole e Adone o Adonis; il dio Freyr, figlio di Odino e di Freya, era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina; in Persia, si celebrava il dio guerriero Mithra, detto il Salvatore ed a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz, “Unico Figlio” della dea Istar, rappresentata col figlio divino fra le braccia e con, intorno al capo, un’aureola di dodici stelle. “Nel giorno del Natale il Sole, che, nel suo moto annuo lungo l’eclittica - il cerchio massimo sulla sfera celeste che corrisponde al percorso apparente del Sole durante l’anno -, viene a trovarsi alla sua minima declinazione nel punto più meridionale dell’orizzonte Est della Terra, che culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima (a quell’ora, cioè, è allo Zenit del tropico del Capricorno) e manifesta la sua durata minima di luce (all’incirca, 8 ore e 50/55 minuti)” (2); raggiunto il punto più meridionale della sua orbita e facendo registrare il giorno più corto dell’anno, riprende, da questo momento, il suo cammino ascendente. “Nella Romanità, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre, si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti, il giorno del Natale del Sole Invitto, dopo l’introduzione, sotto l’Imperatore Aureliano, del culto del dio indo-iraniano Mithra nelle tradizioni religiose romane e l’edificazione del suo tempio nel campus Agrippae, l’attuale piazza San Silvestro a Roma, che era praticamente incluso all’interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia, festività dedicate a Saturno, Re dell’Età dell’Oro, che, a partire dal 217 a .C. e dopo le successive riforme introdotte da Cesare e da Caligola, si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia o festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia.” (3)
Il mito romano narra che il misterioso Giano, il dio italico, regnava sul Lazio quando dal mare vi giunse Saturno, che potrebbe essere inteso come la manifestazione divina che crea e ricrea il cosmo a ogni ciclo, colui che attraversa le acque, ovvero la notte e la confusione-caos successiva alla dissoluzione del vecchio cosmo, per approdare alla nuova sponda, ovvero alla luce del nuovo cosmo, del nuovo creato; come sostiene René Guénon (4), vi è una qualche analogia, fra il dio romano e il vedico Satyavrata, testimoniata dalla comune radice sat, che in sanscrito significa l’Uno. “Nel Lazio, inoltre, nel corso del mese di Dicembre, il dio Conso era festeggiato il 15 Dicembre, nel corso delle Consualia, le feste dedicate alla “conclusione sacrale del vecchio anno” : segnaliamo come dal latino, “condere”, indica l’azione del “nascondere” e/o del “concludere”. Il già citato Giano, associato a Conso, poi, era l’antica divinità latina dalle “due facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno” ed il cui tempietto, a Roma, consisteva in un corridoio con due porte, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra che, sulla base della sua ancestrale accezione, designa “l’andare” e , più particolarmente, la “fase iniziale del camminare” e del “mettersi in marcia”: regolava e coordinava l’inizio del nuovo anno, da cui Ianuarius, il mese di Gennaio”. (5) Come ci conferma Franz Altheim (6) “Ianus e Consus, nella realtà religiosa romana, si riferivano all’inizio ed alla fine di un’azione” e facevano ugualmente riferimento (… ) “ad eventi fissati nel tempo, ma che si ripetevano periodicamente”, quelli dell’eterno ritorno della luce a discapito delle tenebre. Non dimentichiamo, quindi, come la tradizione romana della festa del dies solis novi affondava le sue radici, sia nel passato preistorico delle genti indoeuropee, a cui i Romani e la maggior parte delle genti Italiche appartenevano, che in quello delle sue stesse basi cultuali: Julius Evola ci ricorda come “Sol, la divinità solare, appare già fra i dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini romane, ricevute da ancor più lontani cicli di civiltà” (7). E’ fondamentale a questo punto comprendere come tale rinascita solare rappresenti “solo” il simbolo di una rigenerazione cosmica, in cui il Sole e la Luce sono associati all’idea d’immortalità dell’uomo, che opera la sua seconda nascita spirituale, sviluppando e superando il proprio stato sottile, nella notte del solstizio d’inverno, quando è possibile accedere al deva-yana o “via degli dei” della tradizione indù, alla contrada ascendente e divina in cui l’uomo, restaurando in sé l’Adamo Primordiale, può intraprendere la strada dello sviluppo sovraindividuale.
Questo è il momento in cui, quando la notte diviene padrona e il buio totale, è necessario mantenere accesa la fiamma della Fede, che al mattino, con l’alba, diverrà trionfante. Nei tarocchi ciò che meglio identifica tale rinascita di Luce è la lama del Bagatto, che simboleggia la vera essenza dell’uomo, la cui missione è conseguire l'unione fra spirito e materia. Il Bagatto ha già davanti a sé tutti i simboli del potere materiale ed è il personaggio che intraprende l'Opera alchemica, lavorando con i tre principi e i quattro elementi (i tre piedi e i quattro angoli del tavolo), grazie alla quale ogni uomo è un metallo, che portato alla sua perfezione, viene chiamato Oro. Il senso più alto della carta è dato dal suo numero, che è l’uno e che indica il motore immobile, il Principio di tutte le cose, anche se il suo cappello a forma di otto allungato simboleggia il movimento d’elevazione spirituale che conduce alla quadratura del cerchio. Uscendo dalla Caverna Cosmica, con il Solstizio d'Inverno, perciò, si passa dal nulla all'unità, geometricamente cioè, dal divenire sensibile, rappresentato dal simbolo della circonferenza, si passa all’eterno presente, che nell’uno e nel centro si esplicita perfettamente. Significativo è, inoltre, il passo evangelico in cui Giovanni Battista, nato nel giorno del Solstizio d’estate, rivolgendosi a Gesù, nato nel Solstizio d’Inverno, si pronunci in tal modo: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. Parimenti è la rappresentazione classica del dio iranico Mithra, raffigurato mentre uccide un toro, con due dadofori ai suoi fianchi, che simboleggiano il corso del Sole: Cautes con la torcia verso l’alto (21 Giugno) e Cautopates con la torcia verso il basso (21 Dicembre). Ecco il simbolismo tradizionale delle porte solstiziali, che corrispondono rispettivamente all’entrata e all’uscita dalla Caverna Cosmica: la prima porta, quella "degli uomini", corrisponde al Solstizio d'Estate, cioè all'entrata del Sole nel segno zodiacale del Cancro, la seconda, quella "degli dei", al Solstizio d'Inverno, cioè all'entrata del Sole nel segno zodiacale del Capricorno. Dal punto di vista iniziatico la caverna, per via del suo carattere di luogo nascosto e chiuso, rappresenta un momento di totale interiorizzazione dell'essere, vale a dire il luogo dove avviene, accedendovi, la seconda nascita dell’iniziato.
La seconda nascita, corrispondente nel significato ai Piccoli Misteri, si differenzia dalla terza nascita, in uscita dalla porta solstiziale d'inverno, corrispondente, invece, ai Grandi Misteri. La seconda nascita si realizza sul piano psichico, definendosi come rigenerazione psichica; la terza nascita, invece, opera direttamente nell'ordine spirituale e non più psichico, in quanto l’iniziato deve a quel punto aver risolto la sua individualità, trovando così libero accesso alla sfera di possibilità della comprensione sovraindividuale. Qui l’iniziato rivive le tre tappe del processo alchemico: le tenebre s’infittiscono, l'alba s'imbianca, la fiamma risplende. In prospettiva macrocosmica, tutto ciò è simboleggiato dall'ingresso del Sole nel segno zodiacale del Cancro, con il Solstizio d'Estate. Il Solstizio d'Inverno corrisponde, invece, in senso microcosmico, alla presa di coscienza della vera spiritualità, in quanto uscita nella luce. Durante questo processo la comprensione esoterica può essere visualizzata come un'illuminazione riflessa che rischiara il buio della caverna: un fascio di luce che penetra da un'apertura nel tetto della caverna e che genera quell'illuminazione di riflesso, descritta anche dal mito della caverna sacra di Platone e la cui fonte è il "Sole Intelleggibile". Nell'ordine microcosmico, per quanto concerne l'organismo sottile individuale, tale apertura corrisponde al centro energetico che si trova sulla sommità del capo: il chakra della corona, il kether della Sefiroth. Esso rappresenta il settimo livello del sistema dei chakra e corrisponde a ciò che nella Cristianità viene indicato come il settimo cielo. E' lo stato di consapevolezza della libertà assoluta, la sede del Creatore. Secondo gli indù al chakra della corona si fondono la Prakriti , la sostanza primordiale, e il Purusha, lo spirito, l’essenza. Nel percorso rettilineo tra la seconda e la terza nascita, all'interno della Caverna Cosmica, tra le due porte solstiziali, l'illuminazione, dunque, penetra in noi dalla sommità del cranio, come, secondo i rituali operativi massonici, sulla sommità del cranio di ogni uomo è sospeso il filo a piombo del Grande Architetto, quello che segna la direzione dell'Asse del Mondo. Concludiamo questo nostro scritto col ricordare che la rigenerazione cosmica, di cui si è scritto, è sempre concepita con la discesa e con l’aiuto di un avatara, di cui il Cristo Redentore è l’ultimo e più splendente esempio:”Il Sole ritorna sempre, e con lui la vita. Soffia sulla brace ed il fuoco rinascerà”.
Note:1) tratto dall’articolo “Dies Natalis Solis Invicti”, Alberto Mariantoni, Identità, 2004; 2) idem3) idem4) René Guénon, Alcuni aspetti del simbolismo del pesce, in Simboli della Scienza Sacra, ed. Adelphi; 5) tratto dall’articolo “Dies Natalis Solis Invicti”, Alberto Mariantoni, Identità, 2004; 6) Franz Altheim, Storia della Religione Romana, Ed. Settimo Sigillo, Roma, 1996, pag. 69 e 70; 7) Julius Evola, La Tradizione di Roma, Ed. di Ar, collezione “Areté”, Manduria, 1977, pag. 138).
http://www.disinformazione.it/
giovedì 24 gennaio 2008
La Lancia della Vittoria
Nuada, il Dominatore circondato da Bianca Luce, pose la Lancia della Vittoria nel centro dell'Irlanda. Essa era simile ad una grande fontana di fuoco ed era come una fiamma che canta.; bruciava continuamente e con lei veniva acceso ogni fuoco in Irlanda. Il suo splendore giungeva fin sotto gli alberi della foresta, il suo splendore si stagliava nell'oscurità e creava un alone che poteva essere visto da molto lontano, da molto al di là delle tre Onde di Mananaun. Tutte le entità malvagie che vivevano nell'oscurità si avvicinavano al limitare dello splendore. si riscaldarono con il calore che emanava la Lancia della Vittoria e da tale magico calore ricevettero forza; incominciarono a costruirsi una dimora nelle scure acque. assunsero delle forme ed una tenebrosa astuta saggezza. Balor, colui che ha un occhio solo, fu il loro Re. Esse avevano intenzione di trafugare la Lancia della Vittoria. Circondarono l'Irlanda lanciando grida stridule. I De Danaan si dissero l'un l'altro: "Sono soltanto i Fomori, il popolo al di sotto del mare, che gridano. Si stancheranno di farlo!". Non si stancarono e continuarono a gridare. I De Danaan si stancarono di queste grida, Nuada prese la Lancia della Vittoria, la fece roteare e la gettò nell'oscurità affinchè distruggesse i Fomori. Essa li attraversò come il lampo attraversa le nubi del temporale e ne annientò molti. Ma Balor l'afferrò; la teneva in pugno! La Lancia era in suo possesso ed era simile ad un serpente di fuoco che si attorciglia in tutti i modi. Balor la portò nel suo regno tenebroso, nel mezzo del quale viera un lago di acqua scura. Chiunque avesse assaggiato quell'acqua avrebbe dimenticato tutto ciò che sapeva. Balor immerse la testa di fuoco della Lancia in quel lago ed essa diventò una colonna di ferro rosso ardente; non potè più estrarla dal lago. La Lancia dunque, era nel lago, grosse nubi di vapore si alzarono su di lei dalla nera acqua e dal sibilante vapore nacquero i Demoni dell'Aria. Erano grandi e terribili, e sopra di loro spirava un vento gelido. Trovarono la strada per arrivare in Irlanda e se ne impadronirono al posto dei De Danaan, tracciando per sè dei vasti sentieri. I Fomori calcarono i sentieri da loro segnati e fu allora che la sventura piombò sui De Danaan. I Fomori si impadronirono delle cose più preziose dei De Danaan e tolsero a Dagda il Calderone dell'Abbondanza e l'Arpa Magica. Si fecero sovrani e duri governatori dei De Danaan e costrinsero l'Irlanda ad offrire loro dei tributi. Continuarono ad esigere sempre tributi finchè arrivò Lugh Lauve Fauda.; fu lui che spezzò il potere dei Fomori ed inviò i tre figli di Dana a recuperare la Lancia. Essi ebbero il potere di estrarla dal lago, la portarono a Lugh ed ora essa è con lui e sarà lui che la poserà di nuovo nel centro dell'Irlanda prima della fine del mondo.(Leggenda Celtica)
sabato 15 dicembre 2007
La leggenda della Luna Piena
Questa è una leggenda indiana molto bella:In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.
In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.
Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:
- Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-
- Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! - rispose il lupo.
La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.
- Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto - disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.
Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.
Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.
I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.
domenica 9 dicembre 2007
La leggenda di Babbo Natale
Ho trovato questa leggenda curiosando in giro per il web.Pare che Babbo Natale sia veramente esistito; sarebbe un personaggio cristiano legato alla tradizione medievale: San Nicola di Mira. Nacque a Patara (Turchia) da una ricca famiglia del luogo, divenne vescovo di Mira (Licia) nel VI secolo d.c. Morì il 6 dicembre di anno incerto e le sue spoglie furono deposte a Mira. Nel 1087, un gruppo di pugliesi camuffati da mercanti, trafugarono le sue spoglie e le portarono a Bari, dove son conservate tutt'ora, e così ne divenne il santo protettore.
Si narra che San Nicola regalasse del cibo alle famiglie povere del luogo, calandolo anonimatamente dai camini delle loro case e dalle finestre. Da qui nacque la credenza del vecchietto che calava doni dai camini. Nella fantasia popolare comunque divenne "portatore di doni", facendosi aiutare da un asinello nella notte del 6 dicembre (appunto San Nicola) o nella notte di Natale.
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